Black Hat SEO: Il cappello del cattivo – il lato oscuro della forza –

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Divisa ufficiale dei BHS classe 1981/83 scuola di Advanced BSH di Hogwarts

Premessa: questa è la prima puntata di una lunga serie di articoli sul difficile mestiere del SEO. E’ tardi, sono stanco e come sempre scriverò in maniera svogliata e scoordinata quello che mi passa per la testa. Prometto che nei prossimi articoli farò uguale, tanto sono noiosi e non li leggerà nessuno. Fine premessa.

Tralasciamo per un secondo “SEO” e concentriamoci su “Black Hat”: nei film western il cappello nero era il segno distintivo del personaggio cattivo, in contrapposizione al cappello bianco del buono. Negli anni questo termine, fin troppo poetico, è stato dapprima associato alla pirateria informatica e negli ultimi anni viene utilizzato per rappresentare la somma di una serie di tecniche di posizionamento sui motori di ricerca normalmente non consentite dai regolamenti dei motori stessi.

Quindi? Quindi se i vostri contenuti fanno schifo l’unica possibilità che è avete è barare. Dal momento che lo spider (o crawler), che è quel componente del motore di ricerca che scandaglia le pagine in cerca di contenuti, è un semplice software si può provare ad imbrogliarlo: basta sapere come lavora e confezionare contenuti fasulli creati ad-hoc per lui.

C’è la possibilità che siate di ciccioni sfigati, ma preferisco immaginarvi come il celebre Lee Van Cleef nei panni di “Sentenza”, il cattivo, mentre aprite il vostro fido Notepad++ ed iniziate a pestare sulla tastiera come se non vi fosse un domani, alla ricerca dello sgambetto definitivo a Google, svolgendo lo sporco lavoro del Search Engine Optimizer con il cappello nero. I principali ferri del mestiere di un BHS non sono poi tanti:

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Beginner Hat Seo

  • Keyword stuffing: ovvero reiterare le parole chiave per l’indicizzazione all’interno del testo di modo da aumentare la pertinenza della pagine rispetto a una o più specifiche parole chiave.
  • Hidden text e Hidden links: inserimento all’interno della pagina di collegamenti ipertestuali e parti di testo nascoste alla vista dell’utente, cammuffate all’interno di blocchi impostati come non visibili o scritti con lo stesso colore dello sfondo della pagina.
  • Link spam: il mercato nero degli ipertesti. Ogni pagina aumenta il proprio valore (Rank) anche in virtù di quante pagine sono collegate a lei. I collegamenti, in teoria, dovrebbero esistere in virtù di una certa pertinenza tra le pagine, in alternativa basta acquistare o barattare link ipertestuali da pagine esterne verso propria e viceversa.
  • Doorway pages: pagine create con l’unico scopo di venire indicizzate, senza avere al loro interno nessun contenuto realmente utile per l’utente del sito, con all’interno un reindirizzamento automatico ad un’altra pagina.
  • Cloaking: altra pagina creata appositamente per i motori, ma con un’escamotage in più: questa pagina, per mezzo di script, viene visualizzata soltanto dagli spider, mentre agli utenti viene presentata un’altra pagina con contenuti reali.

A tutto questo si aggiungono tutte le più esoteriche tecniche di spam (dai forum agli adesivi nei bagni degli autogrill), con l’unico scopo di generare traffico verso i vostri siti. Inoltre si possono creare mini network in cui i siti vengono sapientemente linkati tra loro di modo da generare una grande quantità di link in ingresso… per non parlare del mondo “social” (no, non ne parlerò, altrimenti avrei scritto “e ora parliamo del mondo social!!!“)

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Haalta Vishta – il mio caro nonnino che mi ha insegnato tutto quello che so sulle donne. (non ci azzecca niente, volevo solo presentarvelo)

Ogni medaglia ha il suo rovescio: se è vero che lo spam è controproducente, quando i motori vi beccano a fare i BHS le conseguenze saranno ben più dure (e sappiate che se esagerate prima o poi vi beccano). La punizione più comune è una declassificazione del sito con conseguente crollo nel ranking, la più grave è il ban dal motore ed è inutile che vi dica che nel 2013 se un motore di ricerca non vi trova siete praticamente invisibili.

Diffidate di chi vi vende oro, di chi vi promette “la prima posizione sui motori” (promessa che semplicemente non è possibile mantenere, non sistematicamente in ogni caso), di chi vi vende scorciatoie, di chi vi chiede soldi per un merdoso link in un forum sconosciuto e di chi si presenta al vostro cospetto risultando ectoplasmatico sulla rete.

E se siete voi i SEO? Le tecniche di Black Hat sono veramente efficaci quando conentono di velocizzare le tecniche di White Hat, ma ribadisco: niente può superare un sito i cui contenuti sfiorano l’eccellenza. NIENTE! Un flusso di traffico naturale fatto di persone reali che cercano espressamente i vostri contenuti indipendentemente dalla densità di keyword e da altre nefande attività di free climbing sui motori vi garantirà il successo.

Pare impossibile pronunciare questa frase nel 2013 su un sito web semi-sconosciuto da uno che si firma Darth Fender: su Internet la qualità PAGA.

Della serie: a me non mi indicizza nemmeno l’anagrafe tributaria,

Darth.